07 Gen C’era una volta…
Posted at 16:21h
in In evidenza storia
Se ripenso a quando ero piccola ricordo solo momenti felici e soprattutto ricordo quel senso di assoluta fiducia in me stessa che mi ha accompagnato fino ai primi anni della scuola elementare.
A quei tempi ero molto popolare, avevo un sacco di amici, gli adulti mi adoravano e le insegnanti sommergevano i miei genitori di complimenti.
Tutto questo perché godevo di un intelligenza creativa abbastanza fuori dall’ordinario e puoi giurarci che la sfruttavo alla grande!
Ricordo che conoscevo un sacco di cose utili: per esempio ero capace di preparare una pozione magica per proteggere la gente dai fantasmi, oppure, sapevo dove si nascondono gli gnomi e anche tutti i sistemi per stanarli!
Soprattutto, sapevo convincere i compagni che non me lo stavo inventando: i miei trucchetti funzionavano per davvero!
In questo modo avevo sempre al mio seguito un gruppetto di bimbi entusiasti di accompagnarmi nelle mille avventure che ero in grado di orchestrare.
Più di ogni altra cosa, però, ricordo quanto mi piacesse disegnare.
Passavo un’ infinità di ore a riempire un infinità di fogli e poi li regalavo a destra e a manca per ottenere un infinità di «Ooh ma che bello, ma l’hai fatto tu da sola??».
Mi divertivo da matti e in più avevo sviluppato la convinzione che da grande avrei fatto l’animatrice per i cartoni animati.
Insomma, la mia prima infanzia è stata per me una specie di età dell’oro, in cui pensavo non esistesse qualcosa che io non fossi in grado di fare e la mia autostima toccava il soffitto.
Poi la situazione si è ribaltata.
Quando i dinosauri hanno lasciato il posto ad un elenco noioso di date da memorizzare, quando la mole di compiti a casa ha cominciato a togliermi il tempo per disegnare, quando tutto d’un tratto le mie avventure fantasiose, agli occhi dei compagni, contavano molto meno della marca dei vestiti che indossavo, allora ho cominciato a faticare anche io per stare al mondo.
Rapidamente sono slittata da prima della classe e cocca di tutti gli insegnanti, a quasi ultima, e la cosa non mi andava affatto bene. Anzi, mi vergognavo profondamente.
In reazione mi sono buttata nello studio, o meglio, nella memorizzazione meccanica di un sacco di cose che non mi interessavano e sono diventata una secchiona della peggior specie, fino a recuperare la mia posizione ai primi posti.
Solo che adesso non era più così naturale e divertente, adesso studiare era diventato lavoro duro che mi toglieva tutto il tempo per essere creativa e di conseguenza per essere me stessa.
In più, mentre gli altri cambiavano e si trasformavano in adolescenti, io non volevo staccarmi da quell’infanzia che mi aveva dato così tanto, perciò mi rifiutavo di crescere e in breve tempo sono rimasta a corto di amici.
La mia autostima ha subito un durissimo colpo e mi son chiusa talmente in me stessa che a scuola ho praticamente smesso di parlare se non alle interrogazioni.
Il risultato? Timidezza, insicurezza, vergogna e tantissima noia. Avanti così fino alla fine delle superiori.
Poi, a 18 anni ho scelto.
Avevo un compagno di classe che adorava giocare a calcio. Il suo sogno era sempre stato diventare un grande calciatore.
Lo ammiravo perchè, al contrario di me, se ne fregava dell’opinione altrui. Sapeva il fatto suo, aveva rispetto per se stesso e non si lasciava mettere i piedi in testa.
Mi ascoltava, sapeva guardare oltre le apparenze. Era diventato il mio unico amico.
L’incubo della scuola dell’obbligo stava per finire ed era tempo di scegliere l’università.
Io avevo scelto la facoltà di biologia. Non perché sapevo cosa stessi facendo e non perché sognavo di scoprire la cura contro il cancro, ma banalmente perché la biologia mi piaceva come materia e non faticavo ad assimilarla.
Il mio amico sapeva della mia passione per il disegno e credeva in me molto più di quanto credesse in se stesso.
Un giorno mi informò che si sarebbe iscritto alla facoltà di giurisprudenza e io gli feci sapere che avevo scelto biologia.
Mi disse: «No, non lo fare. Tu sei un’artista: non devi fare altro.»
Era vero, ma in effetti, anche lui era un calciatore e non doveva fare altro.
«Sì.» disse. «Ma la differenza tra noi due è che io non ho le palle per seguire il mio sogno. Tu invece sì. Tra qualche anno io sarò un avvocato cinico, ricco e triste, così come tutti si aspettano da me. Tu puoi essere libera e felice. Alla faccia di tutti e alla faccia della sicurezza economica, scegli di essere te stessa.»
Lo guardai lungamente negli occhi e lo ringraziai.
Avevo capito due cose. Uno, che mi ero sbagliata sul suo conto: non era poi così vero che rispettava se stesso senza farsi influenzare dall’opinione altrui. Due, che non volevo essere come lui.
Il giorno dell’esame di maturità, una volta concluso l’orale, uscii nel parcheggio. Faceva caldo e mio cugino mi aspettava con una bottiglia di vodka.
Salii in auto. Avevo con me un borsone enorme con tutti i libri di scuola, tutti i quaderni e tutti gli appunti. Ci fermammo in un prato. Buttai a terra il peso enorme di una montagna di pagine consumate ed evidenziate.
Presi a calci la carta impregnata di migliaia di ore sprecate a vivere come una pecora nel gregge. Poi gli diedi fuoco.
In quel momento feci l’esperienza di bere dal calice della libertà e sentii chiaramente che non avrei più potuto farne a meno.
Realizzai che avevo voce in capitolo, che potevo decidere chi essere e cosa fare della mia vita e fu così che scelsi.
Me ne andai di casa. Avevo lavorato tutta l’estate e trovato un appartamento e un nuovo lavoro in città.
Non mi iscrissi a biologia e nonostante non mi fosse chiara la direzione da prendere, mi era molto chiaro ciò che non volevo: ne avevo abbastanza di andare avanti solo per inerzia.
Decisi che avrei dedicato le mie energie ad espandermi. Volevo diventare più grande, più forte, più saggia. Volevo capire chi ero, come funzionavo. Volevo imparare a stare al mondo, ma senza piegarmi.
Sognavo di svegliarmi un giorno e non avere più paura.
Sognavo di tornare all’età dell’oro.